E se finisce l’euro?I segnali sul futuro della moneta unica sono contrastanti. Come tutelarsi dalle conseguenze di un ritorno alla lira.
Sembra quindi che il sereno finanziario sia tornato a splendere sul nostro paese e sui nostri risparmi, anche perché l’inizio dell’anno è stato decisamente positivo anche sui mercati azionari; le paure e gli incubi sembrano svaniti. Ma se era sbagliato terrorizzare il cittadino per un evento che non aveva concrete probabilità di realizzarsi come il fallimento dello Stato italiano, è altrettanto sbagliato fare finta che i problemi siano tutti passati.
Il problema a cui faccio riferimento, per la verità, è di ben altro genere: se ne parlava associandolo alla crisi delle finanze italiane e, passate di moda quelle, non se ne parla più; molti sembrano ormai sottovalutarlo: cosa succederebbe se l’era dell’euro finisse e si tornasse alle valute locali? In questo caso, non mi voglio occupare di aspetti politici ed economici di cui la sezione “Dall’Estero” di Investire Oggi si è occupata e si occupa tuttora con grande attenzione e puntualità, ma degli effetti che potrebbe avere sui nostri investimenti e sul modo migliore per proteggersi da questa eventualità. Personalmente la ritengo poco probabile, ma ritengo che sia fondamentale tutelarsi da questo scenario: col senno di poi lo diciamo anche del default argentino, del fallimento di Parmalat e Cirio, del crack di Lehman Brothers e della crisi che quell’evento scatenò; credo che sia opportuno evitare di doversi ancora una volta rammaricare, col senno di poi. QUALI PROBABILITÀ? – Quali sono le probabilità che l’euro smetta di esistere, o al limite che ne venga creata una versione “ristretta” e riservata ai soli paesi virtuosi? Quali sono le probabilità che si torni alla lira italiana? Come possiamo leggere di seguito, Axa considera che la disgregazione della zona euro abbia una probabilità di verificarsi elevata, pari al 25%. Non mi dilungo sull’interpretazione probabilistica di questo valore, posso dire che individua un evento che è molto meno probabile del superamento della crisi, ma che una possibilità su quattro è un dato statisticamente molto elevato e significativo. QUALI CONSEGUENZE? – Come ho già detto non mi voglio occupare in questa sede di tutte le reazioni politiche ed economiche che un simile evento scatenerebbe, mi voglio concentrare sul principale impatto che questo evento avrebbe sul risparmio delle famiglie: l’effetto più rilevante sarebbe quello relativo agli aspetti valutari. Già nello scorso dicembre Nomura ha pubblicato una stima dei fair value che assumerebbero le valute nazionali se i paesi dell’eurozona abbandonassero la moneta unica: La lira italiana perderebbe quasi il 30% del proprio potere d’acquisto rispetto all’euro: chi oggi possiede 100.000 € si troverà 100.000 lire che varranno circa 70.000 euro, da un giorno all’altro. A cui andrebbero sommate le perdite di valore dovute alle oscillazioni dei mercati e ai timori sulla tenuta delle obbligazioni dell’area euro. Viceversa, investimenti in altre valute godrebbero della svalutazione della nostra moneta: un investimento in dollari guadagnerebbe il 30% proprio per il deprezzamento della lira. COSA FARE – Alla luce di queste osservazioni, il Sole 24 Ore del 23 gennaio 2012 sottolineava che è “indispensabile diversificare le valute” e che “oggi avere tutto investito in euro [è] poco prudente”. Il concetto di diversificazione del rischio è fondamentale e dovrebbe essere alla base di ogni scelta d’investimento; le famiglie italiane, invece, tendono a concentrare tutto il loro risparmio su pochi strumenti perché è più semplice seguirne l’andamento. Ma in determinati contesti, come potrebbe essere quello che stiamo vivendo oggi, è ragionevole chiedersi se la semplicità e il finto senso di sicurezza che ci regala debbano prevalere nelle scelte d’investimento a discapito della sicurezza vera. il contenuto di questo blog esprime l’opinione personale dell’autore, non costituisce un servizio di consulenza, non intende in alcun modo indirizzare le scelte d’investimento dei lettori, non costituisce e non intende costituire attività di sollecitazione del pubblico risparmio
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